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        <title><![CDATA[Stories by Federico Giaimo on Medium]]></title>
        <description><![CDATA[Stories by Federico Giaimo on Medium]]></description>
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            <title>Stories by Federico Giaimo on Medium</title>
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            <title><![CDATA[Favorire il cambiamento in ecosistemi di servizio complessi: il modello per i musei civici]]></title>
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            <category><![CDATA[g2g2c]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[Federico Giaimo]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 27 Mar 2024 10:34:14 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2024-03-27T10:34:14.401Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<figure><img alt="Edificio dalle forme fluide" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*IPMFXcfxdRNVIpSpvCaAkQ.png" /><figcaption>Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@andreaferrario">Andrea Ferrario</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/fotografia-aerea-della-piscina-verde-e-bianca-JYnzpU42Fuc">Unsplash</a></figcaption></figure><h4>Progettare in ottica G2G2C risorse e strumenti standard per migliorare l’esperienza di fruizione dei siti web museali</h4><p>Per <strong>migliorare l’esperienza della cittadinanza nei servizi pubblici </strong>a livello nazionale ci si trova necessariamente a dover affrontare ecosistemi di servizio complessi: è importante, quindi, creare sinergie insieme alle diverse organizzazioni che hanno un ruolo per erogarli, <strong>creando le condizioni per operare seguendo una visione comune </strong>all’interno di un contesto.</p><p>Per raggiungere questo obiettivo, Designers Italia fornisce, da un lato, risorse informative di ordine normativo (come le <a href="https://docs.italia.it/italia/design/lg-design-servizi-web/">linee guida di design</a>) e tecnico (<a href="https://designers.italia.it/norme-e-riferimenti/manuale-operativo-di-design/">manuale operativo</a>), dall’altro strumenti pratici che agevolano il processo progettuale (<a href="https://designers.italia.it/risorse-per-progettare/">risorse per progettare</a>) e ottimizzano l’operatività (<a href="https://designers.italia.it/design-system/">Design system .italia</a>), arrivando fino a fornire prodotti personalizzabili, come <strong>i modelli di sito e servizi digitali per enti specifici </strong>(<a href="https://designers.italia.it/modelli/">modelli di sito</a>).</p><p>I modelli sono, di fatto, <strong>prodotti government-to-government-to-citizen</strong> (G2G2C), ovvero forniti da una PA centrale, il Dipartimento per la trasformazione digitale, alle pubbliche amministrazioni locali che, a loro volta, li utilizzeranno per offrire servizi informativi alla cittadinanza.</p><p><strong>Progettare in ottica G2G2C è una doppia sfida, perché implica seguire due percorsi in parallelo</strong>, svolgendo attività differenti ma interconnesse durante tutto il processo progettuale e ottenendo output distinti, quello nei confronti della Pubblica Amministrazione e quello rivolto all’utente finale. Questo è avvenuto proprio nel caso del modello di sito per i musei civici.</p><h4><strong>Comprendere un contesto ampio ed eterogeneo</strong></h4><p>Per progettare un prodotto G2G2C che sia efficace, bisogna <strong>considerare le esigenze di tutte le realtà alle quali è destinato</strong>. L’ambito dei beni culturali è molto vario, anche di conseguenza alla sua ricchezza e vastità, e il patrimonio culturale italiano è distribuito capillarmente sul territorio e, allo stesso tempo, concentrato in alcune aree preminenti.</p><p>Nel progettare il modello abbiamo riscontrato una <strong>forte diversità tra i musei civici, a livello organizzativo e amministrativo</strong>, che si riflette poi nelle modalità di realizzazione e gestione dei loro siti informativi. Ci sono, infatti, musei che si muovono in maniera molto indipendente, spesso concentrati in una struttura unica, altri che fanno parte di una rete di punti di interesse ubicati in una certa area e coordinati tra di loro, altri ancora che, pur mantenendo la loro individualità, sono relazionati con altre strutture di potenziale interesse per il pubblico.</p><p>Allo stesso tempo, chi fruisce dei siti dei musei fa parte di un target molto eterogeneo, italiano e straniero, <strong>le cui aspettative dipendono anche dalle esperienze precedenti</strong>.</p><p>Per progettare il modello, abbiamo quindi svolto un’approfondita analisi documentale della letteratura di settore e analizzato un ampio spettro di siti museali (attività di <em>benchmark</em>). In questa analisi, sono stati inclusi musei civici italiani, ma anche i principali musei statali e internazionali, per <strong>identificare le “buone pratiche”</strong> alle quali ispirarsi nella progettazione del modello per garantire un’esperienza d’uso di qualità.</p><p>A questa prima fase di ricerca documentale ha fatto poi seguito la <strong>ricerca primaria, quella volta a coinvolgere le persone</strong> che utilizzano direttamente o indirettamente un determinato prodotto o servizio, attraverso delle interviste, per capire meglio le loro esigenze.</p><p>Nel caso del modello per i musei civici, sono state organizzate delle interviste sia con esperti appartenenti a stakeholder di settore, quali ad esempio l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e l’International Council of Museums — Italia (ICOM), sia con responsabili IT e di comunicazione di Comuni e musei civici, e con persone esperte di progettazione e sviluppo in quest’ambito. Le persone partecipanti sono state scelte tra i <strong>membri della community</strong> che avevano risposto al <a href="https://designers.italia.it/community/notizie/20230927-partono-i-lavori-per-il-modello-di-sito-web-per-i-musei-civici/">nostro invito</a> a mettersi a disposizione, considerando posizione geografica, dimensioni e tipologia di patrimonio, per formare così un <strong>campione rappresentativo</strong>.</p><p>Sono state poi condotte delle interviste con gli e le utenti principali del sito, <strong>turisti culturali, insegnanti e guide museali</strong>, selezionati in base a caratteristiche quali esperienza pregressa di visita a musei, fruizione di siti web museali, età, genere, cultura digitale e nazionalità. Questa diversità e rappresentatività del campione ci ha permesso di identificare le esigenze di chi visita i musei in relazione ai <strong>principali scenari d’uso di un sito museale</strong>, che il modello dovrà quindi tenere in considerazione.</p><p>Nel complesso, la ricerca documentale e quella con gli <em>stakeholder </em>hanno informato la realizzazione sia dell’architettura dell’informazione e delle interfacce grafiche del modello, sia delle risorse e degli strumenti forniti a supporto dell’implementazione da parte di enti e fornitori.</p><figure><img alt="Raggruppamenti di post-it contenenti alcune delle evidenze delle interviste con gli stakeholder" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*rLgJYrRo-Mqe92GSxky0kw.png" /><figcaption>Parte dell’analisi dei risultati delle interviste con gli stakeholder</figcaption></figure><h4><strong>Informazioni semplici da fruire e facili da organizzare</strong></h4><p><strong>Un approccio progettuale virtuoso è anche partecipato</strong>, ovvero mirato a coinvolgere le persone interessate nelle diverse fasi del processo progettuale, e non solo in quella della ricerca. Attraverso attività di co-creazione, per la raccolta di spunti e idee utili, è anche possibile valutare artefatti ancora in corso di progettazione, come prototipi e bozze dell’architettura informativa, per avere un riscontro puntuale su potenziali criticità e opportunità di miglioramento del prodotto, già durante la sua progettazione, seguendo una logica iterativa di miglioramento continuo.</p><p>Per capire come rispondere sia alle <strong>esigenze di ottimizzazione e risparmio delle piccole realtà museali che a quelle di personalizzazione delle grandi realtà</strong>, abbiamo coinvolto direttamente nella progettazione dell’architettura informativa coloro che fanno parte di queste organizzazioni, oltre a chi ha progettato e sviluppato siti per i musei in passato e che ha messo a disposizione la propria esperienza come contributo al progetto.</p><p>È sempre importante <strong>coinvolgere gli <em>stakeholder</em> sin dall’inizio della progettazione</strong>, quando si deve definire quello che è lo scheletro portante di un sito web, la sua architettura dell’informazione, ovvero l’alberatura delle diverse sezioni, le tipologie di contenuti previste e i vocabolari di termini consigliati.</p><p>L’<strong>architettura dell’informazione</strong> ha un impatto molto forte sull’esperienza d’uso in quanto influenza i processi logici che una persona dovrà affrontare per interagire con il sito web, per trovare e per comprendere le informazioni che le servono. Allo stesso modo, è essenziale quando si progetta un modello poiché, se da un lato permette di <strong>uniformare il modo in cui gli enti creeranno ed esporranno i loro contenuti</strong>, deve avere la <strong>flessibilità per adeguarsi a come gli enti sono organizzati</strong>.</p><p>L’esperienza che chi visita un museo ha sul sito web si focalizza sul <strong>raccogliere velocemente tutte quelle informazioni chiave per organizzare la vista</strong>. È quindi altrettanto importante che il museo possa mettere in primo piano tutte quelle iniziative che <strong>comunicano il valore della loro offerta</strong>.</p><figure><img alt="Parte del grafico dell’alberatura del modello di sito per i musei civici" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*oWMVdY22fa2_LB6w3URidQ.png" /><figcaption>Anteprima del grafico di alberatura</figcaption></figure><h4><strong>Flessibilità per l’ente ed usabilità per la cittadinanza</strong></h4><p>Nella creazione di un modello è determinante creare un punto di partenza comune, come l’architettura dell’informazione, ma anche <strong>garantire la semplicità di fruizione delle informazioni</strong> attraverso il suo aspetto visivo. Il secondo elemento chiave del modello che determina l’usabilità del sito web una volta implementato è l’<strong>interfaccia grafica</strong>, tutti quegli elementi di interazione che, organizzati nei layout di pagina, ne costituiscono la parte più riconoscibile.</p><p>Oltre a fornire riconoscibilità al modello, l’interfaccia grafica deve essere, da un lato, <strong>coerente ed efficace nel veicolare l’esperienza d’uso</strong> che è stata progettata, dall’altro <strong>adattabile e personalizzabile</strong> in modo da <strong>rispecchiare l’identità dell’ente</strong> e valorizzare le peculiarità di ciascuna realtà. A maggior ragione nell’ambito dei beni culturali, nella quale ciascuna realtà museale ha una sua storia, specificità e identità visiva spesso ben definita, e <strong>un’attenzione da “contendere” anche con musei privati</strong>.</p><p>In questo caso, la sfida è stata quella di creare interfacce che standardizzassero un metodo di navigazione e interazione <strong>usabile e accessibile</strong>, testato con le persone, dando però <strong>largo spazio all’uso di immagini e contenuti visuali</strong>, fornendo, inoltre, delle <strong>linee guida per personalizzare</strong> il sito applicando gli elementi fondamentali dell’identità visiva dell’ente (brand e colori).</p><figure><img alt="Due sezioni di homepage del sito colorate utilizzando i colori del brand museale" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*twkbVQl_VG-b97SCR5_bPw.png" /><figcaption>Esempi di applicazione di differenti scale cromatiche Primary e Accent legate all’identità di brand</figcaption></figure><h4>Risorse a misura di ente per migliorare l’esperienza delle persone</h4><p><strong>Nel realizzare prodotti G2G2C è importante fornire quanto più supporto possibile a enti e fornitori</strong>, permettendo loro di capire come implementare correttamente il sito. Ciò è possibile fornendo risorse teoriche, strumenti operativi ed esempi pratici, progettati tenendo a mente le esigenze di chi sviluppa e di chi gestirà i contenuti del sito una volta che il modello sarà implementato.</p><p>È importante quindi <strong>dare istruzioni su come compilare i modelli di pagina</strong>, suggerimenti su <strong>come creare contenuti efficaci</strong> e dare un’idea di cosa aspettarsi come risultato finale, attraverso prototipi che mostrano il comportamento dinamico del sito.</p><p>Proprio a questo scopo, oltre al documento di architettura dell’informazione e ai modelli di pagina, il modello musei è <strong>corredato di una serie di indicazioni</strong> che permettono di capire come le specifiche interfacce e pagine dovrebbero essere <strong>implementate correttamente e personalizzate in base al proprio caso specifico</strong>, anche in termini di accessibilità.</p><p>Inoltre, i <strong>prototipi interattivi degli scenari d’uso principali</strong>, quali ad esempio “Raccogliere informazioni per pianificare una visita didattica al museo”, “Raccogliere informazioni sull’offerta del museo (mostre, eventi, news)”, “Trovare le informazioni su un’opera”, aiutano in primis a <strong>comunicare la qualità del modello ai decisori</strong>, fungendo anche da riferimento pratico per chi sviluppa.</p><figure><img alt="Wireframes delle interfacce grafiche con indicazioni per l’implementazione delle diverse sezioni e componenti" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*KdB0vfZY4Podf4wLyVpC0w.png" /><figcaption>Specifiche a supporto dell’implementazione delle interfacce</figcaption></figure><p><strong>Progettare un prodotto G2G2C è certamente una sfida.</strong> La chiave per vincerla è affrontarla con un approccio sistemico e organizzando sin da subito le attività del processo, in modo da progredire in parallelo (<em>government-to-government</em> e <em>government-to-citizen</em>) e prevedendo le interdipendenze.</p><p>Nel progettare un modello, lo scopo è da un lato quello di <strong>standardizzare l’esperienza d’uso</strong>, e dall’altro <strong>supportare gli enti</strong> nel migliorare la qualità dei servizi informativi erogati. Per aumentare l’adozione è essenziale in primis che porti vantaggi sostanziali per chi lo deve implementare: <strong>solo così è possibile arrivare ad avere l’impatto desiderato sulla cittadinanza</strong>.</p><p>Il modello dei musei civici <strong>ha un ruolo nell’incoraggiare alla fruizione del patrimonio culturale di tutto il territorio italiano</strong>, consentendo la promozione di mostre ed eventi, migliorando la facilità di reperimento delle informazioni sulle visite, semplificando l’acquisto dei biglietti e, di conseguenza, agevolando l’esperienza di coloro che vogliono godere della sua bellezza.</p><p><strong>Il processo progettuale è stato iterativo</strong>, ovvero intervallato da momenti di valutazione e validazione degli artefatti, che sono stati testati con le e gli utenti del sito, come normato nell’<a href="https://designers.italia.it/norme-e-riferimenti/linee-guida-di-design/requisito-4-3/">azione 6 dell’art 4.3 delle linee guida di design</a>, per assicurarne l’usabilità.</p><p>Questo processo non è ancora finito, <a href="https://designers.italia.it/#iscrivitiNewsletter">iscriviti alla mailing list</a> di Designers Italia per essere informato non appena il modello verrà pubblicato, essere <strong>tra i primi a implementarlo</strong> e <strong>contribuire con i tuoi feedback!</strong> Scrivici attraverso il canale<em> #design-modello-comuni</em> sullo <a href="https://join.slack.com/t/developersitalia/shared_invite/zt-2dhu2gxw2-ijFggPrK2TpVLloIFBDiOg">Slack di Developers Italia</a>, o tramite la <a href="https://forum.italia.it/t/definizione-della-categoria-modello-musei-civici/37061">sezione dedicata su Forum Italia</a>.</p><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=edf12360d256" width="1" height="1" alt=""><hr><p><a href="https://medium.com/designers-italia/favorire-il-cambiamento-in-ecosistemi-di-servizio-complessi-il-modello-per-i-musei-civici-edf12360d256">Favorire il cambiamento in ecosistemi di servizio complessi: il modello per i musei civici</a> was originally published in <a href="https://medium.com/designers-italia">Designers Italia</a> on Medium, where people are continuing the conversation by highlighting and responding to this story.</p>]]></content:encoded>
        </item>
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            <title><![CDATA[La libertà come atto di ingegno: Algospeak, la lingua nata per sfuggire agli algoritmi di…]]></title>
            <link>https://medium.com/@Giaimo_Jr/la-libert%C3%A0-come-atto-di-ingegno-algospeak-la-lingua-nata-per-sfuggire-agli-algoritmi-di-b4ae46e90f71?source=rss-53b5e7163da3------2</link>
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            <category><![CDATA[intelligenza-artificiale]]></category>
            <category><![CDATA[linguaggio]]></category>
            <category><![CDATA[social-network]]></category>
            <category><![CDATA[moderazione]]></category>
            <category><![CDATA[algoritmi]]></category>
            <dc:creator><![CDATA[Federico Giaimo]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 31 Jul 2022 11:40:26 GMT</pubDate>
            <atom:updated>2022-08-04T17:11:48.153Z</atom:updated>
            <content:encoded><![CDATA[<h3><strong>La libertà come atto di ingegno: <em>Algospeak</em>, la lingua nata per sfuggire agli algoritmi di moderazione</strong></h3><figure><img alt="copertina rivista AREL: parola" src="https://cdn-images-1.medium.com/max/1024/1*Z845In32YzwgbQFZI6dgeA.jpeg" /><figcaption>Copertina di AREL: parola</figcaption></figure><p>Secondo la psicologia cognitiva l’uomo definisce e comprende il mondo intorno a sé grazie alle parole che possiede per descriverlo. La capacità di comprendere è quindi un fattore della nostra libertà di pensiero, che si esplicita tramite le parole che siamo in grado di usare.</p><p>Già Esopo, famoso schiavo e favolista vissuto intorno al 600 avanti Cristo, nelle sue favole fa uso di forme allegoriche che gli permettono di parlare dei difetti dei suoi padroni e dei problemi della società al sicuro dalla censura ed evitando punizioni, venendo comunque compreso da coloro che possiedono la chiave di lettura alla sua comunicazione.</p><p>È così che nasce il concetto di “linguaggio esopico”, ovvero una modalità di comunicazione che, appunto, permette all’autore di esprimere i propri concetti senza che questi risultino comprensibili a interlocutori che non ne posseggono la chiave di lettura, rimanendo così al riparo dalla censura.</p><p>Più di 2500 anni dalla morte di Esopo, il rischio di censura e la necessità di non essere compresi da orecchi indiscreti è rimasto, prendendo altre forme.<br>Grazie anche alla spinta data dalla recente pandemia, la nostra vita si svolge ora in larga parte online, suddivisa tra una pletora di piattaforme informative e di scambio di contenuti. I <em>social media </em>quali Facebook, Instagram, TikTok, Youtube e Twitch sono diventati luoghi privilegiati di espressione della nostra cultura e luogo principe dove questa viene negoziata, dove le persone vanno per esporre le proprie idee e sentirsi ascoltate.</p><blockquote>“Più di 2500 anni dalla morte di Esopo, il rischio di censura e la necessità di non essere compresi da orecchi indiscreti è rimasto, prendendo altre forme.”</blockquote><p>Ciò che però è importante ricordare è che tutte queste piattaforme sono private e, come sostenuto anche da N. Srnicek in “Capitalismo digitale”, spesso grazie a strategie di controllo del mercato arrivano quasi ad averne il monopolio (basti pensare a quando Facebook comprò Instagram perché gli utenti stavano abbandonando la prima in favore della seconda). Questo, unito al fatto che gli utenti sono soggetti alle regole di chi possiede queste piattaforme, che può quindi decidere quali idee gli utenti possono esprimere e con quali entriamo in contatto, oltre alla loro enorme pervasività (ad esempio quasi metà della popolazione italiana utilizza Instagram) le rende strumenti estremamente potenti.</p><p>Le notizie riguardo i tentativi di acquisto di Twitter da parte di Elon Musk hanno riportato alla luce importanti discussioni sulla moderazione e censura dei contenuti su queste piattaforme, e sui modi creativi con cui le persone hanno mantenuto la propria libertà di espressione.<br>E’ questo il caso di <em>Algospeak</em>, una particolare forma di linguaggio che usa parole in codice, giri di parole, emoji e simboli, nata per ingannare gli algoritmi automatizzati di cui i <em>social media </em>fanno uso per controllare e moderare gli enormi volumi di contenuti generati dagli utenti ogni secondo, permettendo loro di evitare che i loro contenuti vengano rimossi o declassati (ovvero mostrati con minor frequenza ad altri utenti). Ad esempio, per evitare le censure e continuare a parlare dell’invasione dell’Ucraina, utenti su YouTube e TikTok hanno usato l’emoji del girasole per indicare il paese e “w@r” per scrivere della guerra.</p><blockquote>“gli utenti sono soggetti alle regole di chi possiede queste piattaforme, che può quindi decidere quali idee gli utenti possono esprimere e con quali entriamo in contatto”</blockquote><p><strong>La lingua algoritmica</strong></p><p>Già i primi utenti di Internet usavano un’ortografia alternativa, inserendo numeri o simboli al posto di alcune lettere, per aggirare i filtri delle parole nelle chat room, nei giochi online e nei forum.</p><p>Questa tendenza si è evoluta, in parte accelerata dalla pandemia, dove sempre più i contenuti generati dagli utenti dei social media sono stati sottoposti a sistemi di moderazione basati su algoritmi che hanno avuto un impatto senza precedenti sulle parole che usiamo, e hanno portato le persone a reinventare la lingua per discutere di argomenti importanti senza che i loro contenuti venissero filtrati.</p><p>Gli algoritmi che vengono usati, non riuscendo ancora a comprendere il senso compiuto di un testo, sono spesso poco più che liste di parole vietate, il cui uso riduce la frequenza con cui quel contenuto viene mostrato ad altri utenti o lo censura direttamente.</p><blockquote>“Gli algoritmi che vengono usati, non riuscendo ancora a comprendere il senso compiuto di un testo, sono spesso poco più che liste di parole vietate”</blockquote><p>TikTok, ad esempio, durante la pandemia ha iniziato a bloccare i contenuti relativi al COVID-19 nel tentativo di evitare gli scandali di disinformazione, riducendo la diffusione anche di tanti post che contenevano le parole “covid” o “pandemia” senza riuscire a comprendere se si trattasse di <em>fake news</em>, sfoghi o testi scientifici. Com’era prevedibile, essendo un argomento di grande rilevanza nelle nostre vite, gli utenti di Tiktok hanno trovato il modo per continuare a discuterne: al posto della parola “covid” hanno iniziato a usare termini non pertinenti come (in America) “tour di reunion dei Backstreet Boys”, “panino” o “Panda Express”.</p><p>In questo contesto, “censurare” non comporta necessariamente l’eliminazione del contenuto, ma un tipo punitivo di declassamento che assicurerà che questi contenuti non vengano mostrati dall’algoritmo. La censura può essere il risultato non solo delle parole digitate come testo nel video o nella didascalia, ma dipende anche da ciò che viene pronunciato ad alta voce o rappresentato visivamente.</p><p>Naturalmente succede anche che questi modi di sfuggire alla moderazione siano particolarmente frequenti nelle comunità radicalizzate o pericolose. Le comunità pro-anoressia e che promuovono autolesionismo ad esempio, secondo un articolo del Washington Post, hanno adottato da tempo variazioni sulle parole moderate per eludere le restrizioni. L’anno scorso, i gruppi anti-vaccino su Facebook hanno iniziato a cambiare i loro nomi in “<em>dance party</em>” o “<em>dinner party</em>” e gli influencer anti-vaccino su Instagram hanno usato parole in codice simili, riferendosi alle persone vaccinate come “nuotatori”.</p><p>E’ sicuramente vero che il tentativo di sfuggire, o sfruttare, gli algoritmi di moderazione ha avuto un impatto senza precedenti sulle parole che scegliamo di usare, ma man mano che <em>Algospeak </em>diventa più popolare e le parole sostitutive si trasformano in uno slang comune, gli utenti scoprono che devono diventare sempre più creativi per eludere i filtri.</p><blockquote>“man mano che <em>Algospeak </em>diventa più popolare e le parole sostitutive si trasformano in uno slang comune, gli utenti scoprono che devono diventare sempre più creativi per eludere i filtri.”</blockquote><p>“Si trasforma in un gioco di acchiappa la talpa”, ha detto Gretchen McCulloch, linguista e autrice di “Perché Internet”, un libro su come Internet ha plasmato il linguaggio. Quando le piattaforme di social media iniziano a notare che le persone usano l’emoji di una pannocchia invece di “prostitute”, ad esempio, iniziano a contrassegnare come vietati sempre più termini sostitutivi.</p><p>Evan Greer, direttore di <em>Fight for the Future</em>, un gruppo di difesa dei diritti digitali senza scopo di lucro, sostiene che cercare però di eliminare parole specifiche dalle piattaforme è un obiettivo senza senso, in quanto la presenza degli algoritmi sta in realtà dando una forte spinta alla creatività linguistica causando una modifica in tempo reale del linguaggio per evitare queste barriere.</p><p>Succede anche che, mentre l’ottimizzazione dei motori di ricerca utilizza parole chiave e hashtag in una competizione per rendere il proprio post o sito Web più pertinente, <em>Algospeak</em> rappresenti l’anti-SEO, l’anti-parola chiave e l’anti-hashtag: trasforma un unico argomento in una moltitudine molto più difficile da collegare.</p><p>Ciò ha trasformato comunicatori di ogni tipo, dagli influencer agli specialisti della salute pubblica, in esperti di linguaggi in codice che sono costretti ad analizzare il comportamento degli algoritmi dei social media nella speranza di imparare come soddisfarli e (soprattutto) come evitare le loro punizioni, personalizzando i propri contenuti principalmente in base all’algoritmo, piuttosto che al proprio seguito, tutto per soddisfare le regole di moderazione dei contenuti.</p><blockquote>“<em>Algospeak</em> rappresenta l’anti-SEO, l’anti-parola chiave e l’anti-hashtag”</blockquote><p><strong>Marginalizzazione</strong></p><p>Ovviamente a usare l’<em>Algospeak</em> sono soprattutto certi tipi di gruppi e di persone, compresi quelli più a rischio di censura, come i gruppi no-vax o quelli pro-anoressia, ma la questione ha un impatto molto maggiore. Per esempio, secondo alcuni utenti, TikTok abbassa la diffusione di contenuti che contengono parole legate alla salute delle donne, alla gravidanza o ai cicli mestruali senza fare differenza tra contenuti professionali, ironici, personali o provocatori, costringendo gli autori a usare termini alternativi, con la conseguenza che temi legati a questi argomenti diventano meno presenti e rilevanti sulla piattaforma e ne riducono la serietà percepita, anche quando si tratta di contenuti a tema medico.</p><p>Allo stesso modo quando i giovani hanno iniziato a discutere della lotta per mantenere la propria salute mentale, hanno dovuto parlare di “diventare inanimati” (<em>un-alive</em> in inglese) per avere conversazioni franche sul suicidio senza punizioni algoritmiche.</p><p>Il rischio è che il vietare queste parole le associ a stigma, marginalizzando chi si sente vicino a questi temi, e dando loro la percezione che parlare di quegli argomenti sia sbagliato.</p><blockquote>“Il rischio è che il vietare queste parole le associ a stigma, marginalizzando chi si sente vicino a questi temi”</blockquote><p>Infatti, come spesso accade, <em>Algospeak</em> viene usato per discutere di temi personali, controversi o addirittura di abusi subiti. I temi sui quali ci sarebbe bisogno di potersi esprimere più accuratamente, sono invece quelli messi maggiormente in difficoltà, anche a causa di uno degli errori tipici di questi algoritmi di moderazione: il falso positivo, ovvero il blocco di un contenuto non perché si sta parlando negativamente di un argomento, ma perché se ne sta semplicemente parlando.</p><p>È questo il caso di molti utenti di colore che non hanno potuto usare termini legati al movimento “<em>Black Lives Matter</em>” per paura di censura, perché l’algoritmo assumeva che quella combinazione di termini veniva usata per scopi denigratori. Oppure altri che hanno visto le parole “gay” o “lesbica” venir eliminate dall’audio di alcuni video, trovandosi costretti a pronunciare “<em>geigh</em>” per parlare dei diritti della comunità LGBTQI+.</p><p>O ancora, l’app di chat dei lavoratori di Amazon vieta l’utilizzo di alcune parole legate alla protezione dei lavoratori tra cui “sindacato”, “molestie”, “rimostranza” e “ingiustizia”, andando a ledere i loro stessi diritti.</p><blockquote>“l’app di chat dei lavoratori di Amazon vieta l’utilizzo di alcune parole legate alla protezione dei lavoratori tra cui “sindacato”, “molestie”, “rimostranza” e “ingiustizia”, andando a ledere i loro stessi diritti.”</blockquote><p><strong>Algoritmi migliori</strong></p><p>È oramai chiaro che questi algoritmi di moderazione sono qui per rimanere, perché per quanti problemi possano causare hanno anche degli effetti positivi molto rilevanti, e anche semplicemente perché non vi è ad oggi un altro modo per controllare un volume così importante di contenuti.</p><p>Sono però degli strumenti totalmente opachi per gli utenti che ne subiscono gli effetti, e quasi nulla si sa delle meccaniche che i loro creatori implementano all’interno. Il problema è diventato così evidente che alcuni enti, come l’americana Online Creators Association, all’interno delle sue richieste di miglioramento per TikTok ha incluso il tema della “trasparenza della moderazione”, mentre nel campo degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale si è iniziato a discutere criticamente su cosa porta a queste problematiche e a come evitarle in futuro.</p><blockquote>“nel campo degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale si è iniziato a discutere criticamente su cosa porta a queste problematiche e a come evitarle in futuro.”</blockquote><p>Spesso questi algoritmi sono costruiti con il chiaro intento di prioritizzare l’acquisizione di utenti e il tempo speso sulle piattaforme, invece che la qualità stessa dei contenuti, e ogni modifica al loro funzionamento è quasi sempre conseguente a qualche utente che ne scopre un errore, ne parla pubblicamente sperando di attirare l’attenzione e la piattaforma applica una modifica correttiva senza offrire troppe spiegazioni.</p><p>Le loro meccaniche sono ancora estremamente legate alla menzione di parole presenti in elenchi vietati e non a una vera e propria intelligenza dell’algoritmo, che rimane ancora non in grado di comprenderne il contesto di utilizzo o anche semplicemente i significati alternativi delle parole. Il tentativo di regolare il linguaggio umano su una scala di miliardi di persone in dozzine di lingue diverse, facendo i conti con fattori come umorismo, sarcasmo, contesto locale e gergo non può essere fatto semplicemente declassando alcune parole.</p><blockquote>“Spesso questi algoritmi sono costruiti con il chiaro intento di prioritizzare l’acquisizione di utenti e il tempo speso sulle piattaforme, invece che la qualità stessa dei contenuti”</blockquote><p>Purtroppo le meccaniche di moderazione implementate hanno un impatto più negativo su utenti che cercano di parlare di determinati argomenti senza malizia, piuttosto che sugli utenti che appositamente usano quelle parole negativamente, perché spesso questi ultimi hanno già trovato modi alternativi di sfuggire al riconoscimento e alla moderazione.</p><p>La costruzione degli algoritmi viene tipicamente fatta da soli informatici guidati dagli obiettivi di monetizzazione aziendale e mancano figure aggiuntive che possano aggiungere profondità ai ragionamenti che ne stanno alla base, come linguisti, esperti di etica, scienze sociali, psicologia e altre discipline. Allo stesso modo è necessario includere utenti diversificati, ad esempio il problema legato a “<em>Black Lives Matter</em>” menzionato precedentemente sarebbe stato facile da identificare se l’algoritmo fosse stato testato sul linguaggio che i creatori di colore usano effettivamente per descrivere loro stessi.</p><blockquote>“mancano figure aggiuntive che possano aggiungere profondità ai ragionamenti che ne stanno alla base, come linguisti, esperti di etica, scienze sociali, psicologia e altre discipline.”</blockquote><p>È necessario fornire maggiore trasparenza sulle meccaniche di funzionamento di questi algoritmi, per permettere agli utenti di comprenderli e proporre soluzioni. In favore della trasparenza, recentemente TikTok ha aperto un centro risorse online per i creatori di contenuti che cercano di saperne di più sui suoi sistemi di raccomandazione, ma ancora molto è da fare.</p><p>La grande sfida che spero le grandi aziende “tech” ma soprattutto l’opinione pubblica colgano, quindi, non riguarda solo cosa vietare ma soprattutto come moderare tenendo presente un maggior numero di varianti e di sfumature e al contempo rispettando il più possibile la libertà di espressione.</p><blockquote>“La grande sfida […] moderare tenendo presente un maggior numero di varianti e di sfumature e al contempo rispettando il più possibile la libertà di espressione.”</blockquote><h4>Ho originariamente scritto questo articolo per il numero dedicato alla Parola per la rivista AREL, <em>Agenzia di Ricerche e Legislazione</em>:</h4><blockquote>Questo numero esce in un momento in cui la parola guerra è ancora presente. In apertura interviste con Romano Prodi e Gianrico Carofiglio, poi articoli che analizzano la parola da più punti di vista: comunicazione politica, Costituzione, economia, memoria collettiva, social network ed esperienze innovative. Una sezione è dedicata a Nino Andreatta e Giovanni Falcone.</blockquote><h4>Potete trovare l’intero numero della rivista a <a href="https://www.arel.it/archives/rivista/6819-2">questo link</a>.</h4><p><strong>Bibliografia</strong></p><ul><li>Ben Smith, <a href="https://www.nytimes.com/2021/12/05/business/media/tiktok-algorithm.html">How TikTok reads your mind</a>, The New York Times, 12/2021</li><li>Taylor Lorenz, <a href="https://www.washingtonpost.com/technology/2022/04/08/algospeak-tiktok-le-dollar-bean/">Internet ‘algospeak’ is changing our language in real time, from ‘nip nops’ to ‘le dollar bean’</a>, in The Washington Post, 04/2022</li><li>Abby Ohlheiser, <a href="https://www.technologyreview.com/2021/07/13/1028401/tiktok-censorship-mistakes-glitches-apologies-endless-cycle/">Welcome to TikTok’s endless cycle of censorship and mistakes</a>, MIT Technology Review, 07/2021</li><li>Emily van der Nagel, <a href="https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1329878X18783002">‘Networks that work too well’: intervening in algorithmic connections</a>, Sage Journals, 06/2018</li><li>Gretchen McCulloch, Because Internet: Understanding the New Rules of Language, Riverhead Books, 07/2019</li><li>Nick Srnicek, Capitalismo digitale: Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, LUISS University Press, 06/2017</li></ul><img src="https://medium.com/_/stat?event=post.clientViewed&referrerSource=full_rss&postId=b4ae46e90f71" width="1" height="1" alt="">]]></content:encoded>
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